Livio Senigalliesi
Photoreporter

HIROSHIMA

Inchiesta

Testo di Livio Senigalliesi tratto dal libro di memorie “Diario dal Fronte”

Hiroshima 2016
Lungo le rive del fiume Ota, gli innamorati passeggiano mano nella mano tra i giardini del Peace Memorial Park. Le foglie degli alberi del parco sfoggiano i caldi colori dell’autunno. Nessuno direbbe che qui, settanta anni fa, si è scatenata l’Apocalisse, rendendo il centro di Hiroshima un deserto arroventato pieno di cadaveri carbonizzati e rovine di palazzi distrutti. Proprio qui l’Enola Gay (1) ha sganciato il suo micidiale strumento di morte. Lo chiamarono ironicamente “Little boy” (2). Neppure i piloti del bombardiere erano a conoscenza dell’enorme potenza distruttrice dell’ordigno. Era l’atto di forza voluto dal Generale Mac Arthur, Comandante delle Forze Alleate nel Pacifico, per stroncare la resistenza dell’esercito giapponese e testare sul terreno le capacità della Bomba Atomica. Il team che aveva preparato questa operazione in tutta segretezza, ben sapeva che la città era popolosa e abitata da civili e sfollati provenienti dalle zone adiacenti. Si trattava di un massacro di massa premeditato. Ma secondo il Comando Alleato, a quel punto cruciale della guerra nel Pacifico, contava solo dimostrare la massima potenza di fuoco.

A settanta anni di distanza, nell’ambito del mio decennale progetto di documentazione dedicato alla Memoria, raggiungo con emozione Hiroshima. E’ l’ultima tappa di un lungo e penoso Calvario.
Rifacendomi ai miei studi storici e dopo un adeguato scambio di mail con il Peace Memorial Museum, mi avvicino alla struttura scheletrica divenuta il simbolo dell’olocausto nucleare: il Genbaku Tower, meglio noto come “Atomic Bomb Dome”.
Qui ha inizio il mio reportage e la preziosa raccolta di testimonianze di sopravvissuti. Lavoro tanto più doveroso e indispensabile vista l’età e le gravi malattie che affliggono i pochi rimasti.

Okihiro Terao, sopravvissuto alla Bomba di Hiroshima, artista e attivista del movimento pacifista contro il nucleare, mi attende puntuale all’appuntamento convenuto. Questa è la sua testimonianza.

“Sono nato nel 1941, quando è iniziata la guerra nel Pacifico. Ora ho 76 anni. La mia casa si trovava a soli 300 metri dal luogo in cui è esplosa la bomba atomica.
Nel 1945, intorno al mese di luglio, la mia famiglia ricevette la comunicazione della morte di mio padre che era un ufficiale dell’esercito, ucciso in combattimento nei pressi di Hunan, in Cina.
Dopo questa triste notizia e visto che i bombardamenti americani sulla città si facevano sempre più intensi, mia madre Shizuko decise di portarci lontano dal centro della città.
Ci stabilimmo, insieme a tanti altri sfollati, in un quartiere periferico a 4 chilometri dal centro dove pensavamo di essere al sicuro.
Quando fu sganciata la bomba atomica su Hiroshima il 6 agosto 1945 alle ore 8,15, io e i miei due fratelli Okiharu e Yukuo stavamo giocando all’aperto e siamo stati colpiti dalle radiazioni. Mia madre in quel momento era andata a cercare del cibo a circa un chilometro da casa nel quartiere di Yokokawa-cho. Eravamo scioccati da quella luce accecante che ricordava il Sole e da quel calore insopportabile che bruciava i nostri vestiti e la nostra pelle. Tutti si chiedevano: “Possibile che una sola bomba possa avere questi effetti?”.
Andai con mia zia Yaeko a cercare la mamma e fummo fortunati perché riuscimmo ad incontrarci lungo la strada. Tornammo a casa di corsa e, malgrado la situazione catastrofica, eravamo felici perché eravamo tutti insieme. La nostra condizione di orfani si sarebbe fatta ancora più grave se avessimo perso anche la mamma. Nei giorni successivi passammo le giornate cercando parenti ed amici tra i corpi carbonizzati che si trovavano ovunque. Era tutto distrutto, ridotto ad un deserto pieno di morti. Andando verso la zona colpita dalla Bomba, anche chi si era salvato veniva ustionato dalle radiazioni che rimanevano nell’aria e si ammalava irrimediabilmente.”

Intervista esclusiva con il sopravvissuto alla Bomba atomica Okihiro Terao

Anche il fiume Ota era pieno di corpi senza vita. A migliaia, con gli abiti in fiamme, si erano gettati nelle acque per sfuggire al calore immane sprigionato dall’esplosione e lì avevano trovato la morte.
Altri vagavano come zombi con i capelli in fiamme e la carne che si staccava dalle ossa come fosse cera. Una visione orripilante.
Molti erano rimasti accecati dalla luce e la gran parte si accasciava a terra sfinita in attesa dell’ultimo respiro. Solo la morte portava sollievo alle loro sofferenze.
Mia madre era terrorizzata e ci siamo resi conto di quanto eravamo fortunati. Spesso ci diceva: “Siamo sopravvissuti grazie alla decisione di allontanarci dal centro!”.
Provammo tutti un profondo senso di colpa per non aver fatto la fine degli altri. Migliaia di persone innocenti erano morte all’istante o nelle ore successive in mezzo a mille patimenti, senza alcuna cura medica, senza l’affetto dei propri congiunti.
Ventitré giorni dopo mia madre morì di una forma di cancro fulminante. Il suo corpo si era coperto di pustole enormi e dolorose dovute alle radiazioni. La sua pelle era diventata viola. Aveva febbre altissima, vomito e diarrea. La sua sofferenza era insopportabile e noi bambini le stavamo vicino per darle conforto. Le nostre lacrime scorrevano lungo le guance ed eravamo disperati. Fu un momento terribile che ha lasciato in noi gravi traumi.

Fummo affidati a un centro per la raccolta degli orfani ed essere insieme ai miei fratelli era la sola consolazione.
Dalle autorità locali ci giunse indicazione tassativa di non dire che eravamo sopravvissuti allo scoppio della bomba atomica e di non menzionare la morte di mia madre a causa delle radiazioni. Era una questione politica, non si voleva ammettere la sconfitta e l’impreparazione ad un simile attacco.

Così al trauma della Bomba si aggiungeva il trauma della perdita di entrambi i genitori. Nessun psicologo si è mai preso cura dei nostri problemi. Ognuno doveva tenersi dentro le proprie angosce e molti furono i suicidi.
Mia madre non è tuttora inserita nell’elenco delle vittime ufficiali e non ci è riconosciuto alcun rimborso per la sua perdita.
Solo 28 anni dopo l’accaduto, io e i miei due fratelli abbiamo ottenuto l’Hibaku Techo – il riconoscimento del nostro status di sopravvissuto – e tutta la comunità degli hibakusha (3)
viene anche oggi discriminata. Incarniamo la sconfitta e la sofferenza del nostro popolo.

Le giovani generazioni non si occupano di questo argomento, preferiscono non sapere e pensare al futuro. Ma io continuo a venire tutti i giorni, malgrado la mia malattia (4), davanti al luogo dell’esplosione per testimoniare, parlare con i turisti e con i passanti.
Molti di loro hanno rimosso la questione, è troppo dolorosa.
Ma noi che abbiamo ancora ricordi dell’inferno vissuto e sentiamo sulla nostra pelle le conseguenze fisiche e psicologiche non possiamo dimenticare, non possiamo tacere.

“Perchè proprio Hiroshima?” mi chiedono spesso nelle conferenze. L’opinione diffusa dalle Forze Alleate è che la scelta ricadde su questa città perché le condizioni meteo erano ideali per la buona riuscita della missione. Ma la verità è che a Hiroshima non vi erano campi di prigionia per soldati alleati.(5)
Sono contro ogni guerra e mi auguro che sia abolito ogni ordigno nucleare. Siamo nell’era di internet e tutti possono apprendere facilmente ciò che è accaduto. Ma ci sono verità indicibili. Siamo serviti da cavie di laboratorio. Hanno testato su di noi il potere devastante dell’energia nucleare e nel dopo-guerra gli scienziati e i militari americani hanno fatto studi sulle conseguenze della Bomba sulla natura e gli esseri umani. Hanno preso e portato nei loro laboratori migliaia di persone colpite dalle radiazioni e con la scusa di curarli, li studiavano come topi per vedere gli effetti di lungo periodo, le mutazioni genetiche, l’evoluzione di tumori dovuti alle massicce radiazioni.
Tutto questo doveva restare segreto. Gli USA non hanno mai pagato i danni di guerra né le cure mediche od un rimborso economico per le conseguenze patite dai sopravvissuti.
Lo stesso governo giapponese ha riconosciuto quattro gradi di merito per ricevere cure e indennità. E’ davvero una vergogna che chi sopporta da tanti anni queste atroci sofferenze debba pure vedersi discriminato e pagarsi le cure mediche di tasca propria.
Molti hibakusha sono stati emarginati e hanno vissuto nella solitudine. Tutti avevano paura di contrarre malattie o di avere figli con un sopravvissuto perché non erano chiare le conseguenze genetiche. Così una gran parte di noi non ha nemmeno avuto la gioia di farsi una famiglia e di avere dei bambini. Io per fortuna ho una moglie e due figli e questo mi è stato di grande consolazione specialmente nei momenti difficili che ho vissuto a causa dei tumori che ho sviluppato nel tempo. Più volte sono stato operato e al momento le mie condizioni sono stabili.

C’è un altro capitolo di cui nessuno vuole parlare. Gli USA, dopo l’invasione seguita alla resa, ci hanno considerato una colonia. Il comportamento dei loro militari era violento e osceno. Trattavano le nostre donne come puttane e sono provati innumerevoli stupri di massa che sono stati nascosti anche dalla stampa che a quei tempi subì una feroce censura. Era proibito denunciare i crimini dei vincitori.
E’ pur vero che negli anni successivi all’occupazione gli americani hanno promosso in ogni modo la ricostruzione del nostro Paese che usciva distrutto dal conflitto. Ma in quel periodo, con la divisione del mondo in due blocchi, si fece di tutto per impedire che passassimo sotto l’influenza dell’URSS. La nostra posizione geografica fa del Giappone uno Stato strategico e pur di sopravvivere abbiamo dovuto adeguarci. Non potevamo più fare le nostre scelte. Il popolo ha pagato duramente la politica espansionistica dell’Imperatore ed il patto con la Germania di Hitler e l’Italia di Mussolini>.
Okihiro termina il suo racconto con un’ultima frase: “Se non c’è giustificazione per Auschwitz, anche nel caso di Hiroshima è doveroso aprire un dibattito”.

Nessuno può negare che per militari e scienziati USA fu un modo di testare sul terreno un nuovo ordigno d’inaudita potenza. Finora gli USA sono stati gli unici a “premere il bottone” e alla popolazione giapponese tocca il triste primato di essere la sola ad aver provato sulla sua pelle le conseguenze dell’Atomica. Nessuno ha pagato per tanto Male inflitto a civili inermi. Si tratta di un crimine di guerra premeditato di inaudita gravità e che continua ad uccidere nel tempo.

Note:
(1) Enola Gay: nome della fortezza volante B-29 del 509° Gruppo bombardieri USAF decollato dalla base di Tinian, nelle Isole Marianne, per sganciare su Hiroshima la Bomba Atomica.
(2)”Little boy” soprannome dato alla bomba nucleare all’uranio arricchito costruita dagli USA nell’ambito del Progetto Manhattan. Prodotta nei laboratori di Oak Ridge nel Tennessee. Dotata di un involucro in acciaio lungo 3 metri, diametro 0,71 metri, peso 4037 chilogrammi. L’ordigno venne sganciato da una quota di 9467 metri ed esplose a 580 da terra.
(3) Hibakusha: sopravvissuti alle radiazioni nucleari, superstiti, scampati
(4) Okihiro soffre di varie forme di tumore. Nel corso degli anni è stato operato otto volte. Anche i fratelli sono malati a causa delle radiazioni nucleari.
(5) Secondo dati ufficiali resi noti dal Comando delle Forze Alleate nel Pacifico, in Giappone erano detenuti in vari campi di concentramento 100.000 prigionieri di guerra (POW).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *