Livio Senigalliesi
Photoreporter

Mozambico

Cronaca

CORRIDOIO DI BEIRA 1993
Testo di Livio Senigalliesi tratto dal libro di memorie “Diario dal Fronte”.

Dopo 20 anni di sanguinosa guerra civile, le fazioni nemiche di Renamo e Frelimo (1) giungono ad uno stabile cessate-il-fuoco alimentato dagli accordi di pace di Roma patrocinati dalla Comunità di Sant’Egidio.
All’inizio degli anni ’90 il Paese era tra i più poveri al mondo, la popolazione era alla fame e vittima di malaria, febbre gialla, peste e colera. In Mozambico non si poteva viaggiare perché i ponti sul fiume Zambesi erano stati distrutti durante la guerra. La ferrovia era interrotta.
Tutti i sentieri erano minati e la gente era costretta a sacrificare i pochi capi di bestiame facendoli pascolare sui terreni minati per aprirsi un varco tra gli arbusti spinosi del mato (2).
Oggi il Mozambico – sebbene stia attraversando un’acuta crisi politico-militare – è uno dei Paesi con maggiore crescita economica del continente africano, considerato per certi aspetti come un modello di sviluppo possibile.
Per alcuni anni è diventato una meta turistica ma ultimamente nel nord del Paese, la situazione è precipitata a causa delle sanguinose incursioni di gruppi di jihadisti che vogliono imporre la sharia e sfruttare le grandi risorse della regione di Cabo Delgado.

Ma com’era il Mozambico, o meglio, la regione del corridoio di Beira, quando atterrai con un aereo C-130 che portava le truppe italiane del contingente di pace? Arrivavo con un “commissionato” del settimanale L’Europeo e viaggiavo sull’unico mezzo che permetteva di raggiungere le zone infestate dalla guerriglia.

I mille alpini della Brigata Taurinense, inquadrati nella Missione “ONUMOZ” (3), venivano dislocati nell’area più delicata di un Paese martoriato. Il Mozambico era spaccato in due e bisognava aprire una via strategica di comunicazione tra lo Zimbabwe e la località di Beira che si affaccia sull’oceano. Ma ogni passo – fuori dalle zone presidiate dai caschi blu –
poteva essere l’ultimo.
Appena arrivato venni chiamato per un breafing dal comandante italiano affinché prendessi nota delle varie attività militari e dei pericoli ancora in agguato. Gruppi di guerriglieri sbandati e campi minati risultavano i fattori di rischio più concreti.

Lasciato il pesante zaino nella mia tenda, mi recai alla riunione prevista con gli ufficiali addetti alla mia sicurezza. Potevo muovermi e documentare le varie attività operative solo protetto da un’adeguata scorta armata. La cosa non si confaceva ai miei criteri d’indipendenza e libertà di movimento ma capii subito che non c’era altra strada per visitare un territorio infido e difficile. Gli ufficiali avevano appena iniziato ad illustrarmi la situazione quando vennero interrotti da un portaordini. Il soldato era trafelato e parlava di un pullman di civili saltato su una mina ma non era chiaro se si trattasse dell’ennesimo attacco dei guerriglieri della Renamo. Le notizie erano frammentarie ed erano giunte al Comando Italiano attraverso un tam-tam di radio-amatori. La radio era a quei tempi l’unico modo per comunicare. Il Paese viveva da decenni in una grave arretratezza.

Le infrastrutture erano rare e quelle poche erano state distrutte o minate. Niente scuole né ospedali. Le malattie, causate anche dalla povertà e dalla precaria alimentazione, si diffondevano tra grandi e piccini. Due milioni di morti, uccisi durante la guerra, erano stati seppelliti in grandi fosse comuni in un cimitero senza fine che si estendeva da nord a sud per 1.000 km. Gli ufficiali guardarono freneticamente le mappe militari per cercare la località dell’incidente segnalato via radio.

Si trattava di una zona selvaggia nei pressi di Chimoio, ancora sotto il controllo della guerriglia, a circa 70 km dalla Base ONU di Beira. L’unico mezzo per raggiungere il luogo era l’elicottero. Il capo delle operazioni ordinò l’invio immediato di una squadra di fucilieri a supporto del personale medico. In più era essenziale una squadra di artificieri per scongiurare il pericolo di mine o trappole esplosive. L’ufficiale si voltò improvvisamente verso di me e chiese: . A meno di un’ora dal mio arrivo ero già in azione. . Ringraziai e uscii dalla tenda precipitandomi a prendere giubbotto, riserva d’acqua e fotocamere. Un soldato mi stava alle costole per guidarmi alla pista di volo e farmi indossare quanto previsto dalle norme di sicurezza. Tre elicotteri AB212 erano pronti al decollo. Raggiunsi le squadre di specialisti impegnati nell’operazione e dopo un attimo eravamo già in volo. Il pilota mi accolse con una stretta di mano. Mi allungò un casco in modo che potessi comunicare con l’equipaggio e seguire le varie fasi di volo. I tre elicotteri viaggiavano alti e veloci nel cielo. Sotto di noi scorreva la savana. L’emozione cresceva. Non era la prima volta che mi trovavo in queste situazioni ma tutto era accaduto così velocemente…e soprattutto non sapevamo cosa ci aspettasse. Ad un certo punto i mitraglieri seduti sui due lati dell’elicottero misero il colpo in canna e spararono brevi raffiche per assicurarsi il buon funzionamento delle armi. Eravamo entrati in “zona operazioni”. Gli elicotteri si abbassarono di quota e cambiarono formazione di volo. Si disposero in linea, uno davanti all’altro e iniziarono a volare sul pelo dell’acqua di un fiume zigzagando per evitare di essere colpiti. Lo chiamano volo tattico. Io mi agganciai con un moschettone alla struttura della fusoliera per non volare fuori…l’adrenalina saliva alle stelle e la concentrazione era al massimo.

Raggiunta l’area dell’incidente, gli elicotteri salirono un po’ di quota e iniziarono a sorvolare in cerchio alla ricerca del machibombo (4) colpito. Non ci volle molto per individuarlo e la visione dall’alto era catastrofica. L’autobus era entrato in un campo minato ed era letteralmente esploso sopra una mina anti-carro. Tra i resti fumanti erano visibili molti corpi carbonizzati e tutto intorno c’erano figure umane immobili, lanciate a vari metri di distanza dal mezzo dopo l’esplosione. Gli elicotteri iniziarono ad abbassarsi e si libravano nell’aria sollevando un gran polverone. I fucilieri e la squadra di artificieri cominciarono a calarsi con le funi. Gli uni dovevano provvedere alla sicurezza, gli altri iniziarono a muoversi sul terreno passando palmo-a-palmo la superficie con i metal-detector alla ricerca di ordigni inesplosi. Scattai alcune immagini dall’alto e scorsi un gruppo di persone che guardava la scena da un ponte. Non distante passava un fiume vicino c’era un villaggio. Erano certamente stati loro a dare l’allarme via radio. Sul terreno proseguivano le operazioni per mettere in sicurezza l’area al fine di soccorrere eventuali feriti. I corpi sembravano immobili o agonizzanti. Il pilota mi comunicò che potevo scendere a terra usando la fune prestando molta attenzione. Alcuni uomini mi aspettavano a terra per darmi assistenza e guidarmi nel campo minato. Quasi d’istinto misi in tasca una manciata di rulli e mi infilai al collo due macchine fotografiche. Su una montavo un 17mm, sull’altra un 105mm. Scendevo controllando la velocità facendo passare la fune tra le suole degli scarponi come avevo imparato durante il servizio militare. Toccai terra accecato dalla polvere mentre gli elicotteri diffondevano un rumore che ricordava una famosa scena del film “Apocalypse Now”. Gli uomini del BOE (5) ci aprirono un corridoio sicuro con i metal-detector e raggiunsi gli ufficiali medici che controllavano le condizioni delle vittime. Molte di loro erano state sbalzate fuori dal pullman dall’esplosione ed erano morte poco dopo saltando su delle mine anti-uomo. Una morte atroce. L’incidente era avvenuto all’alba ed era passata quasi una giornata prima che arrivassero i soccorsi. Tra i pochi sopravvissuti una donna. Le sue condizioni erano gravi e vicino a lei – avvolto in un panno inzuppato di sangue – c’era il corpo senza vita del suo bambino. La donna lo stringeva a se mentre i medici cercavano di tamponare il sangue che le usciva da numerose ferite. L’elicottero calò una barella per issarla a bordo e la donna avvicinò al suo fianco quel fagotto inanimato. Scattavo foto trattenendo le lacrime. Una volta giunta a bordo dell’elicottero, veniva il mio turno. Si faceva ritorno alla base evacuando i pochi feriti, tutti in “codice rosso”.

Gattonando sul pavimento dell’AB212, mi avvicinai alla barella della donna ferita. Volevo confortarla ma non sapevo cosa dire. Non parlavo la sua lingua ed ero frastornato. Presi istintivamente la mano della donna e cercai di trasmetterle conforto. L’unica cosa che potessi fare. Con un ultimo gesto, la donna aprì quel fagotto per mostrarmi il suo bambino. Grosse lacrime bagnavano il suo viso. Era disperata. Non saprò mai il suo nome e le vicende che l’avevano portata a fuggire con quel maledetto autobus. Dopo qualche minuto la stretta della sua mano si fece più debole e capii che se ne stava andando. Il volto si accasciò su un lato esalando l’ultimo respiro. Gli occhi spalancati mi guardavano senza vita. E’ una visione che spesso ritorna nei miei incubi notturni. Non sono mai riuscito a farmi una ragione di tanta sofferenza ed anche oggi mi chiedo:

Continuai il volo in uno stato di trans. Isolato in un angolo dell’abitacolo, stordito dal rumore delle pale, non rispondevo ai richiami del pilota. Avevo un groppo alla gola e avrei voluto urlare con tutte le mie forze, maledire la guerra e i trafficanti di morte. Arrivato alla base, salutai l’equipaggio e me ne andai verso la mia tenda. La prima giornata in Mozambico si chiudeva con una grande tristezza. Mi accasciai stravolto aspettando che il sonno cancellasse quei brutti ricordi. […]

Note:
(1) La storia del Mozambico è stata in gran parte segnata dalla colonizzazione portoghese. Dopo dieci anni di combattimenti e poco dopo il ritorno della democrazia in Portogallo con la Rivoluzione deigarofani, il FRELIMO (gruppo armato di ispirazione socialista) prese la capitale Maputo (aprile 1974). I coloni portoghesi furono espulsi o fuggirono con propri mezzi, e il 25 giugno 1975 il Mozambico si autoproclamò indipendente. Samora Machel, leader del FRELIMO, fu il primo Presidente. Dopo l’indipendenza il Mozambico divenne un punto di riferimento per i movimenti indipendentisti e anti-apatheid dei vicini Sudafrica e Rhodesia. Questi Paesi, con l’apporto degli USA, finanziarono la costituzione di un esercito di liberazione anticomunista detto RENAMO. Nei primi anni ’80, la RENAMO iniziò una serie di attacchi contro le strutture del Paese (ferrovie, scuole, ospedali), trascinando il Mozambico in una guerra civile che, tra il 1981 e il 1994 provocò circa due milioni di morti, di cui il 95% furono vittime civili.
(2) Mato: sinonimo di savana in lingua portoghese.
(3) UNOMOZ (United Nations Operations in Mozambique) è stata una missione di peacekeeping, creata con la Risoluzione 782 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 13 ottobre 1992.
(4) Machimonbo: autobus in gergo mozambicano.

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